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lunedì 1 agosto 2005
![]() Luci e ombre, il chiaroscuro della fotografiaUna caratteristica collegata agli oggetti o soggetti illuminati è che proiettano ombre. Alcune sono scomodamente visibili; altre, perfettamente invisibili. Ma tutte sono lì. È compito del fotografo usarle in modo tale che qualcosa che sembra condannato a rovinare una presa si trasforma in parte componente di un'opera maestra. Le luci e le ombre sono l'essenza e le ombre sono l'essenza della fotografia. Di Eduardo Parra È un fatto: le ombre appaiono quando la luce incide su un oggetto e questo, a sua volta, proietta la sua sagoma. In certe occasioni, queste ombre si attenuano per l’esistenza di molteplici fonti luminose o perché il fascio di luce si è sfumato prima di incidere sull’oggetto. Questo è dovuto al fatto che il nostro occhio può captare una gamma di luci più ampia di quello che può farlo il CCD.
Attraverso i nostri occhi, per tanto, abbiamo la capacità di interpretare, tanto nelle luci come nelle ombre, molto di più i dettagli senza eccessivi contrasti. Invece, questo non succede quando captiamo la stessa scena in un’immagine fotografica. Così, un’ombra che a occhio nudo quasi non è rilevante, in una fotografia acquisisce una terribile sfumatura nera e un’opacità negativamente rilevante.
Si è definita l’illuminazione come “l’arte di controllare le ombre”. Anche se in un principio potrebbe sembrare che le ombre dovrebbero essere eliminate o ridotte alla sua minima espressione in qualsiasi presa, abbiamo visto che grazie a quelle apprezziamo nuovi dettagli e comunque dotiamo le immagini di dimensioni. Se non il più importante, uno dei più importanti compiti dell’illuminazione è garantire un buon uso delle ombre. Per regola generale, una fotografia con un’illuminazione uniforme e costante tende a sembrare piatta e senza prospettiva. I dettagli si perdono e l’immagine, nell’insieme, perde forza. Per evitare tali effetti è un ricorso frequente utilizzare illuminazioni laterali e/o diffuse. Invece, ciò si può considerare un po’ più che una missione impossibile, soprattutto quando la nostra attrezzatura si riduce a una fotocamera compatta con flash integrato e ad una luce certo per nulla diffusa. Queste diverse luci e ombre servono per catalogare entrambe in due grandi famiglie: quelle dure e quelle diffuse. La luce dura ha la sua origine in una fonte luminosa che, concentrata nel soggetto, risulta in fasci paralleli relativamente coerenti. Questo dà alla luce –vale la metafora- un aspetto duro, vigoroso e forte. La luce dura crea un’ombra chiaramente definita e generalmente molto scura. Quando si impiega per illuminare una scena, tutti i piccoli dettagli si realizzano e sono molto più visibili. Il risultato non è sempre accettabile, precisamente dovuto a questo effetto secco che provoca, ma in certe occasioni è più che adatto.
La luce diffusa -chiamata anche luce morbida o luce blanda- ha un effetto opposto a quello della luce dura, specialmente quando gli angoli di illuminazione sono adeguatamente controllati dal fotografo. A differenza della luce dura, quella morbida si traduce in una grande area di illuminazione molto sfumata. Quindi, la luce morbida tende a nascondere linee, rughe, e difetti, per cui è un ricorso molto apprezzato per la fotografia di bellezza e moda.
Quando si colloca una fonte di luce soave vicino alla fotocamera, si minimizzano ancora di più i dettagli della superficie del soggetto o oggetto catturato. Così come abbiamo segnalato prima, l’effetto è quello di un’illuminazione piatta. Anche se il suo uso è ben visto per certi tipi di prese, specialmente in primissimi primi piani di oggetti dove le ombre oscurerebbero dettagli importanti, l’illuminazione piatta lascia senza profondità il soggetto. Eduardo Parra
Fotoreporter * Fish-eye: si definisce l’obiettivo che può arrivare a coprire più di 150 gradi, con una profondità di campo quasi infinita. |
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