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lunedì 7 novembre 2005
![]() La sessione fotografica, o dodici prese dello stessoQuante volte ci siamo trovati con un lavoro che è eccessivo? Adesso che abbiamo una fotocamera digitale, non mancheranno occasioni in cui ci chiedono -o esigono- una sessione fotografica del bebé del vicino, della sorella del fidanzato o della cugina che fa la comunione. Una sessione fotografica è un lavoro serio, che generalmente richiede uno scenario specifico, un'attrezzatura specifica -includiamo qui l'illuminazione- e una buona dose di esperienza e bravura fotografiche. Probabilmente non abbiamo alcuni di questi elementi; sarebbe una questione, quindi, di verificare come compensare quello che non abbiamo con quello che abbiamo. Di Eduardo Parra Partiamo dal presupposto che il nostro unico strumento è una fotocamera e niente di più. Le cose non iniziano bene. Sono pochi quelli che dispongono di un flash esterno, e meno ancora quelli che dispongono dei flash di studio. La cosa migliore, in questi casi, è cercare un luogo illuminato, con certi elementi che permettano prese diverse le une dalle altre. Il ricorso facile sarà, allora, riempire ombre con il flash integrato.
Cercando il luogo Una volta localizzato uno scenario buono, il resto consiste nel giocare con la composizione e con la naturalezza della modella. La luce, probabilmente, non possiamo modificarla (ricordiamo che non abbiamo l’attrezzatura adeguata) in modo che, per dare più varietà al tema, possiamo intercalare foto con o senza flash. Allo stesso modo, esploreremo tutte le possibilità che ci dà la nostra macchina per quanto riguarda le inquadrature, focali e punti di vista. Nella varietà -con un po’ di ordine- è la chiave Se di solito le sessioni fotografiche si addolciscono di qualcosa, è di eccessiva reiterazione. A tutti piace vedere decine di foto del loro ragazzo o della loro ragazza, del loro figlio o del loro cane, ma, molto probabilmente, al vicino che viene in visita o all’internauta che va alla nostra galleria nella rete gli basteranno una decina di prese per farsi un’idea più che corretta di chi è quel soggetto che appare fotografato. Di quella decina di immagini, quindi, dobbiamo selezionare quelle migliori -o quelle più adatte. Questa ultima distinzione è molto importante, dato che, in certe occasioni, le più adatte non sono le migliori. Supponiamo che la nostra modella ha un viso perfetto ma un corpo non così statuario. Le migliori immagini saranno allora i ritratti, ma collocare otto ritratti in una sessione fotografica non sarà tanto conveniente. Neppure bisogna dimenticare la differenza nelle inquadrature. In una presentazione, possiamo intercalare primi piani con piani interi. Malgrado ciò, questo tipo di messe in scena crea confusione: non c’è ordine e le immagini perdono interesse. La cosa migliore -o forse, la meno cattiva- è rispettare un ordine: piani aperti di corpo intero; poi, piani americani; ritratti, e, per terminare, piani di dettaglio (o viceversa). È a partire da questa premessa che possiamo realizzare presentazioni come la seguente: Nel capitolo dei colori, succede lo stesso: ordine, ordine e più ordine. Non possiamo -o non dobbiamo- collocare una presa a colori, due in seppia, un’altra a colori e una che ha subito il viraggio. L’attenzione dello spettatore si perde per i cambiamenti bruschi di tonalità, e l’interesse della foto si stempera rapidamente. La soluzione, la stessa che applicavamo con i piani: colore, bianco e nero, viraggi e colori speciali. Ma attenzione, questa disposizione può entrare in conflitto con l’ordine di piani, per cui dobbiamo programmare con un minimo di anticipo quale piano andrà a colori e quale no, per presentare la nostra collezione nella forma più corretta possibile.
Eduardo Parra
* Fish-eye: si definisce l’obiettivo che può arrivare a coprire più di 150 gradi, con una profondità di campo quasi infinita. |
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